La forma d’arte più seguita è, inutile dirlo, la pubblicità. E la filosofia dell’assurdo è entrata anche in essa, anche se con evidentemente intenzioni diverse da quelle degli autori.
L’assurdo in pubblicità lo si coglie solo se ci si ragiona sopra, ma il più delle volte non se ne ha il tempo, in 30 secondi una serie di immagini ad alta velocità ed a alto sonoro ci viene catapultato nelle retine e sui timpani urlandoci dei concetti che probabilmente faticheremmo a comprendere anche in più tempo e con meno rumore. L’assurdo serve unicamente per richiamarci nella mente concetti familiari o in qualche modo curiosi per attirare la nostra attenzione. E ci riescono anche. Io alla trentesima volta che cercavo di seguire un film interrotto continuamente dalla pubblicità mi sono domandata: “che bisogno ha una donna adulta vestita come una deficiente su un paio di pattini, di navigare in Internet con un portatile?” Lì per lì il nostro subconscio ha captato una dissonanza, un qualcosa che non andava, poi la nostra razionalità mette a fuoco il concetto piano piano, estrapolandolo dal contesto, dalle immagini e dalla musica, oltre che dal messaggio. E’ chiaro che il messaggio vuole essere “massima libertà di utilizzo”, ma bastavano gli ometti sdraiati sul prato, non importava arrivare all’assurdo, invece se la pubblicità ha raggiunto alfine il suo scopo, è solo per questo particolare dissonante, ché altrimenti non l’avrei notata. Infatti il mio cervello ha cominciato a mettere a fuoco l’assurdo, mentre cercava di razionalizzarlo, evidentemente senza risultato, perché a rigor di logica nessuno agirebbe come la signorina in questione, anche per motivi di equilibrio, eppoi una che va sui pattini, o guarda la strada o guarda lo schermo, che gli frega di collegarsi ad internet? Se ha tanta premura di controllare la posta, torni a casa. E magari si cambi pure il vestito.